giovedì 19 maggio 2016

DYLAN DOG N. 356! MEGA-RECENSIONE! BILOTTA OMAGGIA IL MARXISMO-LENINISMO E I FILM DI UGO FANTOZZI!

Alessandro Bilotta è comunista-marxista-leninista! Sembra una affermazione affrettata eppure dopo la lettura di Dylan Dog n. 356 non ci sono altre parole per descrivere la base fortemente ideologica che permea l'intera storia. La prova definiva per smentire coloro che si irritano al solo sussurrare l'accostamento della politica ai fumetti. Gli autori fanno politica con i comics e Bilotta non si sottrae a questa conclusione. La politica e in particolare il comunismo si respira in ogni pagina di questa storia e poiché riteniamo il socialismo uno dei grandi problemi dell'umanità per il quale sarà necessario trovare definitiva soluzione, prima o poi, il giudizio non può che essere negativo. A volte è capitato di leggere nelle discussioni sui social affermazioni coraggiose di lettori che, temendo di essere inquadrati politicamente, sostengono che loro leggono Dylan Dog a prescindere dalla politica! Altri dicono che essi non sono di sinistra! Affermazioni puerili di persone ignoranti che non sono di sinistra né tanto meno di destra. La loro assenza di cultura impedisce di incastonarli in una precisa forma. Dylan Dog è un fumetto di sinistra. L'appartenenza è stata chiara fin dall'inizio. Non fosse altro perché Tiziano Sclavi è comunista e in ogni sua opera si cela una critica forte al sistema capitalistico, alla Fede Cattolica, alle Istituzioni Democratiche e alla morale comune odiata a sinistra perché si pone in contrasto con la loro scellerata visione della realtà. Nel socialismo l'individuo non esiste. Esiste il collettivo, verso il quale tutti gli sforzi sono indirizzati. Viene negata ogni rilevanza agli esseri umani, anche la più esigua sottoponendolo ad una dittatura feroce come è accaduto nella ex-Unione Sovietica. Un regime criminale che nella sinistra italiana viene rimpianto solo perché loro, in Italia, hanno respirato quella libertà che in Urss non esisteva. Posto che gli autori fanno politica nei fumetti, riteniamo che anche il Bilotta in questo numero 356 di Dylan Dog abbia fatto la politica, abbia cioè espresso le sue idee politiche sulla società, sul mondo del lavoro e sulle soluzioni che il socialismo offre gli individui: la rivoluzione armata, l'instaurazione di una dittatura del proletariato. Questo numero sembra una versione illustrata del Capitale di Karl Marx, un pericoloso sovversivo che verso la fine del secolo XIX ha scritto una delle opere più infernali della storia umana. Un tomo malefico che nel 1886 arrivò anche in Italia segnando con il sangue il destino di tante persone nei decenni a venire. Il testo che è servito come manuale di base per la nascita nella vecchia e arretrata Russia zarista di una delle dittature più feroci e criminali della storia. Il Capitale si respira in ogni pagina di questo fumetto e si avverte in maniera così evidente che la storia ne risulta soffocata, come meglio vedremo in seguito. Una vera e propria storia intesa come una serie di avvenimenti che si sviluppa nel contesto di una trama logica non c'è in questo numero 356 di Dylan Dog. Ogni vignetta sembra un Manifesto di quella opera diabolica che è il Capitale di Marx. Dopo l'uscita di questo numero come si può ancora credere che gli autori italiani di fumetti, quasi tutti di sinistra, non facciano politica? Questo è un fumetto horror, ma l'horror non c'è. L'horror è inquadrato nella critica che l'autore Bilotta espone verso il mondo del lavoro che migliorerebbe se abbracciasse quella ideologia che il folle Marx credeva salutare per i lavoratori. Lo credeva lui, ma la storia dell'umanità ha dimostrato che quelle teorie non solo non potevano essere applicate senza sacrificare le libertà fondamentali dell'uomo, ma avrebbero negato rilevanza all'essere umano. Quel che accade a Dylan Dog in questo numero dove, a differenza dei precedenti, non si notano riferimenti satanici o massonici. Nemmeno horror se è per questo, tranne il mostro che si vede a pagina 56, giusto per non far dimenticare che questo è o dovrebbe essere un fumetto dell'orrore. L'unico orrore, tuttavia, ci è sembrata la storia in sé, anzi la non-storia. Sorprende come alla Bonelli abbiano autorizzato una storia che potrà far impazzire di felicità chi è convinto della bontà del comunismo e sia critico verso tutto ciò che il capitalismo esprime, ma da un punto di vista narrativo non si vede proprio nulla. Non c'è una trama, un filo logico che unisca tra loro le vignette e i brani di testo. Ogni immagine ha la funzione di rappresentare in chiave negativa la figura del datore di lavoro. Un Bilotta che, per quanto incredibile, si è ispirato alla figura comica di Fantozzi, il personaggio portato al successo dal comico Paolo Villaggio in tv e poi sul grande schermo. Sono tante le scene nella storia che richiamano le situazioni tipiche in cui si muoveva il mitico ragioniere Ugo di matricola 1729 barra bis! Alcune sembrano ricalcate dalle immagini dei primi due film di Fantozzi. Mentre, però, Paolo Villaggio faceva ridere, in questa storia, come ha dichiarato nella sua videorecensione Gianluca Carboni, di Dylan Dog non c'è proprio nulla. E infatti si sente di non consigliare questa storia a nessuno per questo motivo. Leggere questa storia significa leggere qualcosa che con Dylan Dog non ha nulla a che fare. Perfino in una riunione della CGIL annoierebbe o al massimo strapperebbe qualche risata. E' stato difficile scrivere questa recensione perché, ribadiamo, della storia di Bilotta non ci sono elementi che potrebbero risaltare all'occhio dell'esperto lettore dylaniato. Questa storia del numero 356 si appresta dunque ad essere considerata come la peggiore del rilancio, peggio perfino di Simeoni nel numero 354 o della Barbato nel numero 346. Si capisce solo che chi l'ha scritta è comunista e a questo punto, davvero, non si può mettere in dubbio questa conclusione. Se in copertina avesse campeggiato la falce e il martello nessuno si sarebbe sorpreso. Non la falce spuntata dei comunisti di oggi alla Nichi Vendola, ma quella di un Peppone che di comico invece aveva molto. Quanti lettori ha perso Dylan Dog dopo questo numero? Non pochi se è vero che la collana continua a calare dimostrando che il rilancio orchestrato da Sclavi ed eseguito da Recchioni è stato un fiasco colossale. Viene quasi il dubbio che o la casa editrice non abbia più il controllo sulla gestione della collana o magari il fine è quello di affossarla. Questa storia ha dato una grossa mano al secondo obiettivo.


Dicevamo dell'assenza di riferimenti satanici o massonici nella storia. Una sorpresa da parte di Stano, che negli ultimi mesi ha prediletto, secondo noi, il tema del sacrificio satanico rituale con la vittima sgozzata con il sacerdote intento a compiere il rito. Questa volta il fine era quello di promozionare il comunismo, che ha la sua componente satanica nell'avversione alla Chiesa e alla Fede religiosa e la copertina riflette queste intenzioni. La scritta di Dylan Dog è rossa, rossa come il sangue, che è anche il colore del comunismo. In senso dispregiativo, i comunisti vengono considerati rossi! Si vede un ufficio diviso in comparti dall'alto. La figura è in bianco e nero o scale di grigi. L'unica cosa colorata è la maglia di Dylan. Il colore scelto è ancora quello del rosso. Rosso per il sangue che il datore di lavoro spreme al prestatore secondo la tipica visione dei comunisti, che vorrebbero abbattere con la violenza la classe della borghesia. Sembra quasi un manifesto di propaganda dell'Urss degli anni trenta quando Stalin, da perfetto criminale quale era, criticava il capitalismo americano. In ogni ufficio si vede un mostro, nessuno dei quali comparirà nella storia. I mostri sono i padroni, che tormentano la vita dei poveri lavoratori. Che lavorassero invece di rompere il cazzo. Dylan si aggira come un fantasma tra gli scomparti. L'unica nota stonata è un personaggio che si nota in fondo a destra. Un tipo panciuto che divora fogli di carta! Gli editoriali di Roberto Recchioni regalano qualche momento di interesse e saranno gli unici di tutto l'albo, non fosse altro per le citazioni! Tocca per primo al Prigioniero, mitica serie degli anni sessanta per la quale il protagonista ricevette molte critiche. Noi preferiamo ricordare l'attore Patrick McGoohan in un mitico episodio di Colombo intitolato Alle prime luci dell'alba. Il resto è impalpabile. Recchioni cita Kafka, ma senza che emergano binari di collegamento con la storia e infine chiude con uno spot per una serie in onda su Sky Arte recitata dal bravo Alex Cendron. Si, quella fa ridere. Geniale. E passiamo alla storia, anzi alla non-storia perché non esiste conduttore tra le pagine, tra le tavole. Ogni immagine esprime una critica alla società contemporanea e in particolare al mondo capitalista. Tutto giusto, ma gli anni cinquanta sono finiti da un pezzo. Così come i tempi della propaganda rossa. Stalin è morto nel 1953 ed è oggi è riconosciuto come un criminale. Gli ideali del comunismo sono ricordati come emblemi di una delle più feroci dittature della storia. Qual è il senso di questa storia? Lo scopo? Attirare nuovi lettori? Convincere quelli che vogliono mollare che è il caso di proseguire? Una non-storia che riesce a riabilitare, secondo noi, la tristissima storia di Simeoni del numero 354 di due mesi fa. La storia rappresenta il tipico manuale di come sfruttare un lavoratore. Una critica al Job act di Renzi? Se il sistema legale diminuisce la tutela dei lavoratori può emergere uno scenario come quello che Bilotta descrive. Una caricatura di realtà, perché se fossero vere le situazioni descritte ci sarebbe da preoccuparsi. Il titolo è La Macchina Umana. Nella dimensione socialista l'uomo, il singolo non esiste. E' una parte del tutto. Un semplice anello della catena. Un ingranaggio che può essere sostituito in caso di malfunzionamento o usura. A pagina 9 uno dei lavoratori, messo alle corde, tenta di suicidarsi. Un flemmatico dirigente gli ricorda che se lo facesse le conseguenze, dal punto di vista legale, potrebbero essere tragiche per la sua famiglia. Il dipendente cede, ma non viene denunciato. Deve lavorare. Lui è una risorsa. E Dylan Dog cosa c'entra in tutto questo? Compare per la prima volta a pagina 12. E' un impiegato della DayDream, consociata della Ghost Enterprises di John Ghost! Peccato che John Ghost non si fa vedere! Sarà impegnato in qualche riunione con i membri della setta o della loggia nera. Come ci è finito Dylan in questo casino? Lui è la matricola 0666, il numero della bestia, quello che c'è sulla targa della sua auto. Si stupisce che nessuno si alzi dalla propria postazione di lavoro anche se il turno è finito da più di un'ora. A pagina 14 una donna gli consegna dei moduli da riempire! Lui resta sorpreso: perché? Si è alzato per primo dal tavolo di lavoro! Quando torna a casa trova Groucho a infestarlo che le sue battute pietose. A questo punto ci saremmo aspettati la classica spiegazione della missione che lo vede protagonista. Forse qualche imbroglio nella DayDream da svelare? E' stato lo stesso Ghost a incaricarlo come avvenuto nel numero 341? Dylan è confuso. Ricorda in modo vago di essere stato un investigatore del soprannaturale. Le scene ricordano molto le caricature che vedevano protagonista il ragioniere Ugo Fantozzi nato dalla fantasia di Paolo Villaggio. Esagerazioni che avevano quale scopo quello di sottolineare le dure condizioni del mondo del lavoro in Italia tra gli anni 50 e 70 dello scorso secolo. Oggi grazie a governi sul libro paga delle lobby la situazione è anche peggiore e forse qui un po' di ragione Bilotta ce l'ha. Solo un po' perché qui il comunismo non c'entra un cazzo. Nelle pagine 21-23 viene descritta la scena di un Dylan che corre a più non posso per timbrare il cartellino. La scena è simile a quella del primo film di Fantozzi quando, dopo una corsa infernale, riesce a timbrare allo scoccare dell'ultimo secondo per poi cadere stramazzato al suolo. Poco dopo viene convocato da un superiore gerarchico che gli ricorda che deve recuperare un po' di lavoro accumulato. Dylan viene rinchiuso in una stanza e ne esce giorni dopo, emaciato, con la barba cresciuta e incolta. A pagina 56 c'è spazio per un mostro credendo Dylan di risolvere un mistero legato all'azienda. Il mostro è il Capitale. Il demone che nella visione dei comunisti rende schiavi gli uomini. Poi Bilotta passa ad attaccare il consumismo. La frenesia di comprare qualcosa anche se non serve. A pagina 78 un altro riferimento al primo film di Fantozzi. Un impiegato si è rifiutato di sottostare al sistema, ma l'azienda non può licenziarlo perché il padre è un avvocato e ne deriverebbe un costoso contenzioso. Il sovversivo Folagra del primo Fantozzi. A pagina 84 Dylan conosce i dirigenti dell'azienda: sono scimmie. La stori finisce così. Piccolo riferimento ai disegni: i peggiori superati da quelli di Dall'Agnol sul numero 342. Al Plano.

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