venerdì 7 aprile 2017

RECCHIONI: "SONO STATO UN BULLO ECCELLENTE E HO FATTO COSE PEGGIORI DI QUELLE CHE AVEVO RICEVUTO"!!

La definizione tecnica di cyberbullismo è quella che si sostanzia in un comportamento realizzato su una rete telematica di comunicazione, nel contesto di un luogo caratterizzato dalla interrelazione di più utenti di un sito e dalla possibilità di accesso illimitato al medesimo, in cui viene realizzato un attacco continuo, ripetuto, offensivo e sistematico attuato mediante gli strumenti della Rete e avente lo scopo di nuocere ad un altro utente della rete o del sito in cui la condotta viene realizzata. E' una condotta illecita sanzionata nel nostro ordinamento con previsioni civili e penali. In quest'ultimo caso, il cyberbullismo può sfociare in diverse forme di reato, potendo dare vita alla diffamazione ex art. 595 c.p. o allo stalking, altrimenti detto condotta che si sostanzia in atti persecutori e punita dall'art. 612 bis c.p. Per chi non è avvezzo di sigle giuridiche, c.p. sta per codice penale. Cosa si rischia in casi del genere? A parte l'ovvia conseguenza di vedere macchiata la propria fedina penale, nel caso previsto dall'art. 595 c.p. si può arrivare fino a tre anni di carcere e nel caso dell'art. 612 bis c.p. la pena può arrivare fino a cinque anni di galera. A volte capita che molte discussioni sui fumetti su forum e social network sfocino in condotte assimilabili a quelle descritte sopra. Oggi Roberto Recchioni, che spesso si è trovato al centro di contrasti piuttosto accesi con i lettori sui social a causa delle critiche formulate sulla sua attività di fumettista per alcuni editori italiani, ha detto la sua sul tema, che qui vi proponiamo nello screenshot dei suoi post tratti dal suo profilo pubblico Facebook:
 

Ho visto un sito di una associazione francese di prevenzione del cyberbullismo. È composto da tanti palloncini e passando con il mouse sui palloncini spunta fuori un messaggio ricevuto da una ragazza di 16 che poi si è uccisa. Il sito e l'associazione è stata creata dal padre della ragazza, per impedire che altri giovani vadano incontro allo stesso destino. Ora, a parte che i messaggi che spuntano fuori sono degli insulti tipici degli anni del liceo e l'unica novità è... che oggi possiamo vederli archiviati perché sono affidati ai mezzi di comunicazione digitale, quindi maggiormente permanenti, rintracciabili e consultabili e visibili al mondo degli adulti (ex-adolescenti che sembrano essersi scordati di cose significhi esserlo). Quello che mi chiedo io è però una cosa diversa: tu sei il padre di una figlia che per mesi e mesi viene insultata al liceo. Immagino che tua figlia non stesse molto bene prima di ammazzarsi, no? Immagino che quei messaggi, che adesso ti sei preso la briga di recuperare, leggere e così pedantemente archiviare, fossero sul suo profilo Facebook, sul suo Instagram, sul suo cellulare e, più in generale, in tutta la sua sfera sociale. Ora, non è che forse stai cercando di scaricare la colpa del suicidio di tua figlia sulla società brutta e cattiva perché sei stato, quantomeno, distratto? Perché dite quello che vi pare, ma io non ci credo che un ragazzo si possa ammazzare per degli insulti. In compenso riesco a credere che si possa uccidere perché abbandonato. Ed ancora:  Allora, facciamo degli esempi concreti, ok? Io sono del '74. Ho frequentato scuole normali...
 
 
...e pubbliche in quartieri di periferia più o meno degradati. Sono malato da quando ho cinque anni, sono sempre stato secco come un chiodo, in certi periodi sono stato giallo come un limone, in altri bianco come un lenzuolo. Mi sono sempre piaciuti i fumetti, i cartoni animati, la fantascienza, i western, i fantasy. Ho sempre seguito in modo blando il calcio. Non ho mai saputo dare un calcio... a un pallone e per quanto mi sia impegnato negli sport più disparati e fatto una serie di attività assurde, non ho mai brillato in nessuna di esse. Mia madre è sempre stata una simpatica e apprensiva, mio padre sempre assente. Sono stato, in sostanza, la vittima perfetta per il bullismo e così è stato. Alle medie sono stato sfottuto e malmenato ogni fottuto giorno da un ragazzetto che poi, quando non c'erano gli altri attorno, mi invitava a casa sua per giocare ai videogiochi. I primi due anni del liceo non sono andati meglio. Al terzo mi sono svegliato e ho applicato la logica sociale della sopravvivenza, diventando io il bullo di quelli ancora più sfigati di me. Sono stato un bullo eccellente e ho fatto cose peggiori di quelle che avevo ricevuto fino a quel punto. E tutto questo è NORMALE nella vita di un adolescente. Era normale nei miei anni ed è normale oggi. Quello che è cambiato tra allora e oggi è che adesso ci sono i cellulari e i social e che delle mostruosità che gli adolescenti si fanno e si dicono, oggi resta una traccia che gli adulti possono vedere e di cui si possono indignare perché hanno deciso, in modo ipocrita, di scordarsi di cosa hanno subito o fatto quando erano adolescenti...
 
 
...pure loro. Gli insulti sui social non è cyberbullismo. Bullismo è infilare un beccuccio dell'aria compressa nelle chiappe di un compagno e procurargli lesioni reali. Quello che i giornali e le associazione di genitori chiamano cyberbullismo si chiama adolescenza. Con tutto il rispetto per le sue opinioni, non è possibile concordare su ciò che dice Recchioni in questo intervento perché, a nostro modo di vedere, implicano un riferito ad un modus vivendi alieno ad una forma convivenza basata sul reciproco rispetto. Nel primo post critica il padre della ragazza suicida, imputando allo stesso la responsabilità di non essersi attivato per tempo per evitare la tragedia. Recchioni non ha figli, quindi la sua critica verso una persona che ha dei figli e che ha subito la tragedia della perdita della prole è quanto meno priva di significato per i modi attraverso cui essa è stata espressa. Al di là dei modi espressivi del pensiero, è il senso e il significato delle sue parole che esprimono concetti che, secondo noi, non sono affatto condivisibili. Nel secondo post passa alla chiara descrizione delle sue esperienze personali. Ammette che ai tempi della scuola è stato vittima di bullismo. Recchioni ha frequentato, per sua stessa ammissione, scuole di zone degradate di Roma. Le sue non perfette condizioni di salute (di questo ci dispiace), di cui ha parlato nella parte autobiografica di Mater Dolorosa (Dylan Dog n. 361) lo rendevano la vittima ideale dei bulli. Ha altresì dichiarato di essere stato insultato e aggredito quasi ogni giorno. Una esistenza che può lasciare traumi visibili per gli anni futuri.
 
 
Poi nel terzo anno di scuole superiori Recchioni afferma di essersi svegliato. Di avere iniziato a reagire alle vessazioni a cui veniva sottoposto nel quotidiano. E confessa: ho applicato la logica sociale della sopravvivenza, diventando io il bullo di quelli ancora più sfigati di me. Non esiste, invero, una logica sociale che può giustificare la commissione di una condotta illecita. Il bullismo è infatti una condotta illecita. Recchioni ne parla come se la sua condotta invece dovesse essere interpretata come una forma di legittima difesa o stato di necessità. Ma anche in questo caso la spiegazione non regge ed è lo stesso Roberto Recchioni a farlo capire quando confessa di avere tenuto condotte di bullismo verso persone più debole (o sfigati) di lui! Recchioni non si è difeso contro coloro che lo bullizzavano, ma si è scagliato contro persone più deboli di lui come tentativo disperato di entrare a far parte della categoria bulli. Mi bullizzate? Ok, ora faccio anch'io il bullo e vediamo se mi rispettate o no. Un grosso errore da parte di Recchioni. Se riteneva di essere vittima di bullismo poteva denunciare il fatto alle autorità. Ma non lo ha fatto o almeno così pare dalle sua scioccanti dichiarazioni. E chiarisce: Sono stato un bullo eccellente e ho fatto cose peggiori di quelle che avevo ricevuto fino a quel punto. Recchioni confessa di avere realizzato ai danni di altri condotte di bullismo peggiori di quelle di cui era stato vittima. Poi cerca una scusante e dice: E tutto questo è NORMALE nella vita di un adolescente. Era normale nei miei anni ed è normale oggi. Recchioni, ma cosa dici mai???
 
 
Quella di Recchioni è una difesa che proprio non regge. Non è che si può giustificare una violenza subita attraverso una violenza peggiore perpetrata ai danni di persone terze ed innocenti! A noi, questa, ci sembra più che altro una condotta vicina a quella di una mancanza di coraggio. In una società civile le condotte scellerate come quella del bullismo vanno condannate senza appello. Se in una scuola ci sono episodi di bullismo questi vanno denunciati. Allora come oggi ci sono mezzi e strutture che lo Stato mette a disposizione delle vittime. Recchioni invece ha cercato di giustificare quello che ha fatto dipingendo uno scenario di degrado, ma in realtà ciò mette ancora più a nudo la gravità di quelle condotte. I fatti sono antichi e dovrebbero corrispondere ad oltre una ventina di anni fa. Eventuali conseguenze di quelle condotte dovrebbero essere prescritte. Il fatto che oggi Recchioni ne parli in modo candido su un social network suscita un interrogativo: il curatore di Dylan Dog è (o è stato) un bullo. Non lo diciamo noi. Lo dice lui. Dice di se che è stato un bullo ideale. Chi sono state le vittime di Recchioni bullo? Ne ha parlato lui stesso in questo articolo che porta la sua firma nel 2008. La premessa di Recchioni: Se c'è una lezione che ho appreso dalle scuole medie, è quella del "chi mena per primo mena due volte. Anche in questo pezzo afferma di essere stato vittima di bullismo, poi confessa: Quando sono arrivato al liceo ero deciso a far andare le cose diversamente e avevo un piano. Il discorso era piuttosto semplice: individuare il più debole della classe e...
 
 
... dargli addosso prima che a qualcuno potesse venire in mente che il più debole fossi io. Recchioni fa il nome della sua vittima, Alessandra Cozza e confessa: Al primo anno toccò a Alessandra Cozza, un esserino geneticamente sfortunato, con il petto da pollo e l'indole di un lemming depresso. Dargli addosso era un divertente esercizio dialettico e di inventiva ma non rappresentava una vera sfida e comunque la sua personalità era troppo mite per far risaltare degnamente la mia. Alessandra si ritirò prima della fine del primo anno e non ho idea di che fine abbia fatto. Poi arriva la seconda vittima. Cita solo il nome, Simona: Simona arrivò l'anno successivo e io capii da subito che ci sarebbe stato da divertirsi: quella ragazza soddisfaceva tutte le condizioni necessarie. Era brutta. Il fatto che fosse brutta, la rendeva insicura. Visto che era insicura, tendeva a essere aggressiva e a trasformare la sua insicurezza in boria e saccenza. In più era pure ricca (o diceva di esserlo) ed era convinta di essere molto intelligente e con una buona cultura. Farla a pezzi era solo questione di metodo e applicazione. Recchioni confessa i dettagli delle sue condotte consumate ai danni di Simona: Dalla prima volta che l'ho incontrata, fino al giorno della maturità, non ho passato un singolo giorno senza sfotterla per il suo fisico, metterla in imbarazzo per le sue lacune culturali, offendere la sua famiglia, smontare tutte le sue idee e renderla vittima di scherzi tra il goliardico e l'atroce. Non entrerò nel dettaglio ma posso dire che quella storia delle salsicce marce, all'ultimo anno di liceo, fu forse...
 
...eccessiva. C'è da rendergli merito per il fatto che Simona tenne sempre duro e di rado la vidi scoppiare in lacrime o preda di una crisi isterica. Raramente. Qualche anno più tardi Recchioni incontrò di nuovo Simona: Un paio di anni fa organizzarono una di quelle atroci rimpatriate con i vecchi compagni di scuola. Io ci andai, tronfio del fatto che -tutto sommato- a me le cose erano andate bene. L'unica cosa che mi metteva in apprensione era che avrei rivisto Simona. A tavola ci finii seduto davanti. Io le sorrisi e con tutta la faccia da culo del mondo le dissi: "Allora, come va? E' tanto che non ci vediamo". Simona alzò il bicchiere, bevve un sorso di vino bianco ghiacciato, poi strizzò quegli occhietti porcini che mi ricordavo dai tempi del liceo e scandì bene le parole nel rispondermi. "Tu mi ha rovinato la vita." Sembrava una cosa che mi voleva dire da un sacco di tempo. Una di quelle frasi che ti ripeti davanti allo specchio per essere sicuro che, quando verrà il momento di dirla, non t'impappinerai. E questo è tutto quello che ho da dire su Simona e sulla ragione per cui non andrò in paradiso. Recchioni si rende infine conto di avere tenuto condotte dannose per altri. Dice che non andrà in Paradiso. Come fa ad esserne sicuro? Si è mai pentito di quello che ha fatto? Oggi ancora sostiene che quel modo di fare, essere un bullo verso i più deboli che non gli avevano fatto niente, era un modo per andare avanti. Invece, ciò che resta sono i danni alle vittime. Tutto questo alla Bonelli non interessa, ma il fatto di averlo confessato su FB non rende meno grave l'accaduto. Al Plano.

4 commenti:

  1. Spero che il racconto di Recchioni sia, appunto, un racconto, frutto di fantasia. Perché se davvero lui, per reagire al bullismo nei suoi confronti se la prendeva con quelli ancora più deboli di lui... be', allora ciò la direbbe lunga sul personaggio. Del resto, chi fa il gradasso a casa sua, davanti alla tastiera di un computer, poi, se te lo trovi davanti, abbassa la cresta, e anche parecchio.

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  2. Credo proprio che invece quello che racconta, anche se romanzato, sia la realta'. Lo dimostra anche il titolo del suo sito internet. Proprio la persona perfetta per fare da Magister a Napoli. Comunque sia l adolescenza non e' solo quella tristezza raccontata da Recchioni per fortuna.

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  3. Che tristezza che sei caro Recchioni, vantarti a 40 anni di bullismo fatto 30 anni fa. Ma provare a crescere? Non hai mai superato l adolescenza evidentemente ecco perche pretendi di capirla cosi bene.

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